Chi sono

Calabria, voce del verbo andar via per cercare opportunità migliori.

Vocali aspirate, il brigante incompreso, tonnellate di cocaina, rifiuti tossici, il dissesto idrogeologico, la SA-RC, il rapporto SVIMEZ. Ma anche una grande varietà agroalimentare, un numero di DOP e di Presidi Slow Food crescenti, una produzione vitivinicola che di anno in anno si innalza in quantità e qualità, tre università che sfornano alta specializzazione, l’ICT a Cosenza, il Biomedicale a Catanzaro, Architettura a Reggio.

Dalla Calabria si continua ad andar via, ma ogni tanto si torna.

Per me, a 10 anni Calabria voleva dire vivere in un posto generico chiamato campagna, giri in bici senza meta, estati lunghissime, merende di pane e pomodoro, domeniche sempre troppo assolate anche in inverno e il vestito della messa con la calzamaglia che prude. L’altro da me erano i cugini del nord, con cui scoprire la fonetica corretta di “famiglia, foglie, figli” e le vocali chiuse.

A 20 anni la Calabria me la lasciavo alle spalle per cercare altrove studio e lavoro. Era un mero dato anagrafico dello status di studentessa fuorisede e rispondere a chi mi chiedeva da dove venissi che no, non mangio piccante.

A 30 anni, dopo aver visto anche io un po’ di mondo, ho cominciato a scoprire che forse le vacanze più esotiche le potevo fare a casa mia e Calabria a quel punto voleva dire realizzare che casa mia non la conoscevo, che era necessario scoprirla e che il downshifting, la cucina bio, il km0, il design sostenibile, l’hype dell’orto sul balcone, non erano altro che il lifestyle di mia Nonna Pina.

A quasi 40 in Calabria ci sono tornata a vivere, a Lamezia Terme di preciso. Mi chiamo Simona e su questo blog racconto la mia riscoperta di questa terra attraverso un viaggio eno-gastronomico.

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