La Cuddura, un pegno d’amore.

Vito Teti, nel suo libro Fine Pasto, citando Durkheim e Barthes, parla dell’atto del mangiare come un “fatto sociale totale” –  come collegamento tra natura e cultura. Il mangiare è anche una lingua, quindi gusto e comunicazione, e ogni alimento racchiude e trasmette una situazione, rappresenta un’informazione.

Durante le ricorrenze religiose in Calabria, il cibo è rituale, altamente simbolico. Ci sono ricette che si tramandano da sempre, come il parlare una lingua antica, e ancora oggi sulle tavole calabresi delle feste di famiglia si ritrovano preparazioni immutate da secoli, strettamente legate ad un preciso periodo dell’anno. I cibi che una volta erano vera e propria comunicazione tra le persone, rituali culinari che sono ormai spogliati della valenza simbolica e relazionale, rimangono comunque l’occasione per raccontare una storia.

Il giorno di Pasqua segna la fine della Quaresima, è il giorno del festeggiamento della resurrezione e dall’arrivo della Primavera, della rinascita e dell’abbondanza.

Ho passato il Venerdì Santo da Marcello Manti nella sua Osteria Museo ” Il Tipico Calabrese” a Cardeto. Tra una frittata di Pasqua, la ricotta fresca, la cruditè di cime di broccoletti e la borragine sott’olio, Marcello mi ha raccontato delle tradizioni culinarie di questo periodo e specialmente delle Cuddure (dal greco kollura, corolla, corona), dolci semplici dalle forme fantasiose che, a seconda della forma che gli veniva data, rappresentavano ciascuno un messaggio diverso.

Le Cuddure, Cudduraci, Cuddureddi, Campanari o Cuzzupe, come dir si voglia  a seconda della zona a Sud in cui ci troviamo, sono preparazioni a base di farina di grano tenero, zucchero e uova, queste ultime un ingrediente e un ornamento insieme. L’uovo sodo infatti ne completa il disegno e simboleggia più di ogni altro particolare la rinascita, la vita eterna, l’abbondanza – la tradizione vuole che vengano fatte benedire in chiesa prima di inserirle nella forma dell’impasto.

Le Cuddure preparate a Cardeto, in quella zona del Reggino di influenza grecanica, a differenza di altre (ad esempio delle Cuzzupe del catanzarese) sono frollose e morbide all’interno, speziate di cannella e garofano e profumate di buccia d’arancia.

A seconda della forma, venivano donate a persone precise perché rappresentavano  ciascuna messaggi diversi: se a forma di cestino o di pappatuleda (bambolina) era destinato ai “figghioli” di casa; a forma di ferru i sceccu (ferro di asino/di cavallo) come simbolo di buona fortuna; se a forma di cuore, erano il dono della suocera al futuro genero, mentre a forma di torre e guarnita di uova sode, era il dono della futura sposa al proprio promesso, perchè rappresentava la casa e la fertilità.

Questa volta la ricetta non la posto, piuttosto vi consiglio vivamente una gita a Cardeto e un pranzo da Marcello e famiglia!

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